Internet non è sostenibile

cloud inquinamento

A volte fermarsi a parlare del più e del meno dà spunti di riflessione interessanti. Così parlando con alcuni studenti circa la loro attività in internet, alla mia domanda: ma sapete che internet inquina? La risposta è stata un’espressione incredula. Come, non sapete che internet non è sostenibile? Risposta: NO!

Allora è necessario fare un po’ di chiarezza e presentare qualche dato e riflettere del perché non si parla diffusamente e con chiarezza dell’impatto che la nostra attività in rete ha sul consumo di energia e sulle emissioni di gas serra.

Internet e tutto quello che gli ruota intorno, funziona grazie all’energia elettrica. Il sistema internet richiede 416,2TWh ogni anno e l’energia elettrica va prodotta. Per farlo, salvo i casi di utilizzo parziale di energie rinnovabili, si usano le risorse fossili, gas naturale, carbone e petrolio e il nucleare che alcuni considerano una fonte non inquinante e rinnovabile. La produzione di energia da risorse fossili aumenta la quantità di CO2 e la temperatura globale.

Lo scambio di dati in internet avviene tra dispositivi client, quelli che gli utenti finali utilizzano, e server, altri computer, ma molto più grandi, sui quali sono salvati i dati. Quando un utente chiede un’informazione, il server sul quale i dati sono ospitati, li invia al dispositivo dell’utente sotto forma di impulsi elettrici. I dati viaggiano anche all’incontrario, quando, dai dispositivi degli utenti, sono inviati verso i server in cui sono salvati.

Carico un video su YT, e milioni di bit sono inviati in qualche data center e qui tenuti al caldo, pronti per essere inviati al dispositivo che ne fa richiesta. Ti invio una email per informarti che il video è pronto e se vuoi puoi guardarlo o scaricarlo e altri milioni di bit sono inviati a chi lo richiede. Rispondi con una email per dirmi grazie della condivisione e intanto metto sul cloud qualche immagine del piatto che sto mangiando per condividere l’esperienza con gli amici. Altri dati che viaggiano per la rete.

A questo punto perché non inviare un bel messaggino e una condivisione sui social personali. Ed ecco che tutte queste attività, spesso inutili, hanno prodotto qualche decina di grammi di CO2. Sommiamo la nostra attività quotidiana a quella degli oltre 5 miliardi di utilizzatori della rete e si comincia a delineare il motivo per cui internet non è sostenibile.

Ogni nostra azione in internet ha un costo in consumo energetico e quindi di emissioni di CO2 e riscaldamento globale. Nel 2008 l’insieme delle tecnologie digitali ha prodotto il 2% delle emissioni globali di CO2, nel 2020 il 3,7%, nel 2025 la stima è di 8,5% che corrisponde all’insieme di tutti i veicoli leggeri in circolazione e si presume che nel 2040 si arriverà al 14%.

Se internet fosse uno stato sarebbe il quinto al mondo come emissioni di CO2

Nel 2015 uno studio ha evidenziato come l’emissione di CO2 del sistema ICT (Internet Communication Tecnology) sia stata pari a tutto il comporto aereo mondiale.

Questo elevatissimo consumo di energia ha un motivo. Tutti i servizi che utilizziamo, i dati che scambiamo, si trovano immagazzinati in luoghi, chiamati data center. Questi luoghi remoti sono quelli che normalmente chiamiamo cloud.

I data center per il loro funzionamento hanno bisogno dell’1% circa della domanda mondiale di energia. L’utilizzo energetico medio di un data center hyperscale (HDC) si aggira intorno ai 20-50MW all’anno, che corrisponde alla quantità di energia necessaria per alimentare circa 37.000 abitazioni, un consumo che nel 2023 corrisponde a circa il 3% del consumo di energia a livello globale ed è previsto che sfiorerà il 4% entro il 2030.

Si stima che solo l’IT delle imprese nel 2025 avrà un’impronta di carbonio pari a 463 milioni di veicoli per anno. Se internet fosse uno stato sarebbe il quinto al mondo come emissioni di CO2.

Previsione per il 2025

previsione impronta ecologica del digitale per il 2025

Attività che contribuiscono a questo enorme dispendio energetico sono video in alta definizione, piattaforme di giochi online, audio, immagini, registrazioni di telecamere, geolocalizzazioni, smart tv, navigazione digitale, case intelligenti e robotizzazioni, video chiamate e chat, tutti i servizi digitali, tra cui software (S.a.a.S. Software as a Service) e servizi di storing, le vendite online, tutto l’enorme sistema digitale fatto di dati sanitari, bancari, sociali, scolastici, il sistema dei pagamenti digitali tra cui wearable che si sta diffondendo negli ultimi anni. A questo si aggiungono i dati che quotidianamente ogni singolo utente mette in rete per il proprio lavoro, l’uso domestico e svago.

Anche le nostre ricerche in rete contribuiscono alle emissioni di CO2. Si stima che ogni ricerca pesa 0,2 grammi di CO2. Il maggior motore di ricerca al mondo, svolge circa 3,5 miliardi di ricerche al giorno producendo circa il 40% dell’impronta in CO2 di tutta internet. Guarda un contatore in tempo reale delle emissioni di CO2 di Google.
Ma tutti i siti web contribuiscono all’impronta di CO2. Facebook per esempio dichiara che i suoi data center e operazioni producono 651.355 tonnellate di emissioni di CO2 nel 2016, che è paragonabile all’emissione di CO2 di circa 77.500 abitazioni americane.

emissioni co2 delle attività digitali

Queste attività le facciamo abitualmente anche più volte al giorno, ma non ci si ferma mai a riflettere sulla loro impronta ambientale. Perché non pensiamo a internet come a una qualsiasi altra attività umana, con i suoi costi in fatto di consumo delle risorse e relativo inquinamento?

Probabilmente i fattori che in quest’ultimo decennio hanno contribuito a non pensare a internet come un’attività dispendiosa, sono lo strumento principe del business del digitale, lo smartphone, e la diffusione planetaria del termine cloud per definire i data center e conseguente perdita della dimensione fisica di internet.

Lo smartphone, si calcola che siano più di 4 miliardi nel mondo, è uno strumento tascabile lo abbiamo sempre con noi, utilizzabile anche solo con una mano, sempre collegato in rete, con applicazioni che funzionano e inviano dati in continuazione anche a nostra insaputa. Non lo si spegne mai, pesa solo qualche etto, è tascabile, e con un unico strumento possono essere svolte azioni in modo semplice e immediato, cosa che fino a qualche anno fa era possibile solo utilizzando strumenti diversi e in tempi più lunghi.

Macchina fotografica, telefono, notes, agenda per appuntamenti e contatti telefonici, il giornale preferito, un sistema per ascoltare musica, mappe stradali, tutti gli archivi dove salviamo le cose per noi importanti, ed eventualmente anche una pila per non restare al buio e una bussola per orientarci.

La possibilità di usare tutte queste funzioni senza dover girare una chiave o premere un pulsante, illudono che tutto il mondo di internet sia qualcosa di immateriale e non fa pensare al suo rilevante impatto ambientale.

Lo smartphone, più che il computer, per questa sua capacità di essere il “coltellino svizzero” del digitale, è uno dei due strumenti che ha reso possibile il processo di trasformazione della materia da fisica a spirituale, l’altro è il cloud. Smartphone e cloud trascendono la nostra idea di fisicità.

Il cloud non lo vediamo, non lo associamo a una dimensione o a qualcosa di reale. Il cloud, e il digitale in genere, hanno vaporizzato buona parte delle cose, grandi o piccole, che usavamo abitualmente. Solo chi ha più di 40 anni e non lavora nel modernariato sa cosa sono o si ricorda: macchine da scrivere, album fotografici, videocassette, fax, cabine telefoniche, macchine fotografiche a pellicola e istantanee, lavagne luminose, proiettori di diapositive, cerca persone, rubriche telefoniche, mappe stradali o di sentieri di montagna. Nel digitale sono spariti o stanno scomparendo i modem digitali e analogici, DVD, i Cd Rom, che a loro volta avevano portato alla fine dei floppy disk, e sono quasi scomparsi, almeno nei dispositivi tascabili, pen drive e hard disk, hardware che hanno trovato nel cloud un motivo per alleggerire ulteriormente strumenti già miniaturizzati.

Certo, per le aziende accedere al cloud, alle soluzioni di archiviazione e alla potenza di calcolo che ne deriva, ha eliminato la necessità di acquistare grandi mainframe, server dedicati e altri dispositivi di rete, con un bel risparmio sui costi.

Per noi singoli utenti questa possibilità del cloud ha meno rilevanza, ma ha sostituito in tutto o in parte i sistemi di archiviazione tradizionali e vi accediamo per condividere file o utilizzare i software online che diffusamente utilizziamo a scuola. Non rifletto qui sul fatto di mettere cose su spazi non propri, fisicamente distanti e sui quali non ho potere decisionale e gestiti da altri che possono agire su questi come credono, e mi soffermo a pensare che questo fantomatico cloud, la nuvola, di immateriale non ha niente.

Di virtuale c’è solo la nostra idea di internet come pianeta astratto e virtuale. Un’idea nata semplicemente perché i servizi internet sono sempre pronti e disponibili, basta collegarsi con computer o smartphone, al sito che li ospita. L’unica cosa di cui siamo consapevoli è il consumo dei dati, o la quota mensile pagata a qualche servizio online, perché possiamo controllarli direttamente e in modo esplicito attraverso la bolletta.

Il cloud, non è un’entità astratta, immateriale. È formato da enormi spazi chiamati data center dove sono rinchiusi milioni di server, computer potenti, tra loro collegati all’interno dei quali vivono gli stessi organi dei loro antenati: microprocessori, RAM, hard drive o SSD velocissimi, e che consumano energia per il loro funzionamento e il loro raffreddamento.

I data center sono solo una parte di quello che rende possibile lo scambio di dati, poiché sono il luogo in cui questi sono stoccati. Ma il cloud ha bisogno anche di un’enorme infrastruttura, necessaria per inviare e ricevere i dati. L’infrastruttura è fatta di cavi di fibra ottica che corrono tutto attorno al pianeta, attraversano terre, montagne e oceani, satelliti, nodi di connessione, cablaggi, router, tutto ovviamente consuma energia e risorse per la loro produzione e manutenzione. Per far funzionare internet serve un’infrastruttura enorme.

I data center sono sparsi in tutto il mondo, nei deserti o nelle fredde lande dei paesi nordici, dove queste data farm, si presume, consumino meno energia per il raffreddamento di solito affidato all’aria condizionata. Per lo stesso motivo i data center hanno bisogno di moltissima acqua, nel loro tentativo di passare dal raffreddamento ad aria a quello ad acqua con l’obiettivo di ridurre l’emissioni di CO2. Questo ha un costo molto elevato per l’esaurimento delle riserve d’acqua e il prelievo d’acqua dai fiumi. Il Ministero dell’Energia degli Stati Uniti, ha dichiarato che l’utilizzo idrico medio di un data center che si avvale di sistemi di raffreddamento a evaporazione, è pari a 1,8 litri per KWh., e può arrivare a consumare fino a 5 milioni di litri d’acqua al giorno, simile al consumo medio di una città di 30/50.000 abitanti.

Per ridurre questo effetto disastroso, molti paesi stanno lavorando per avere strutture più sostenibili in cui ospitare i dati con la possibilità sempre maggiore di scambiarli con capacità di cross connection.

La necessità di creare data center più ecosotenibili ha visto la creazione nel 2021 del progetto europeo Climate Neutral Data Centre Pact. Il patto fa parte del Green deal europeo e si tratta di un’iniziativa creata in collaborazione tra commissione europea e aziende con l’impegno di annullare l’impatto climatico dei data center entro il 2030.

Il più grande data center del mondo si trova nel deserto del Nevada si chiama The Citadel ed è grande circa come 70 campi da calcio, in questo video puoi vedere come è fatto! Il più grande data center in Europa si trova ad Amsterdam e l’Italia è tra i primi 10 paesi che ospitano data center.

Molte grandi aziende che operano in internet affermano di impegnarsi per un internet meno inquinante, spesso sono solo operazioni di greenwashing, dichiarazioni di immagine, ma fanno poco o nulla per migliorare la situazione.

Molte di queste hanno i loro data center in Mongolia, dove l’energia utile al loro funzionamento è ottenuta dal carbone. Soprattutto per il mining dei bitcoin.
Per la produzione di un singolo bitcoin è necessaria l’energia utilizzata per far funzionare una casa di una famiglia media americana per due anni.

Impronta sociale del digitale

A tutto questo aggiungiamo l’estrazione di risorse, spesso anche rare, e impatto sulla biodiversità necessario a far funzionare l’ecosistema internet. L’83% delle emissioni di CO2 di uno smartphone sono legate all’estrazione delle risorse per produrlo.

Uno studio condotto da due scienziati britannici ha evidenziato come uno smartphone di ultima generazione dal peso di circa 175 gr, potrebbe essere concentrato in un cubetto di 55 grammi di materia.

Questi 55 grammi di materia richiedono l’estrazione dalla Terra di almeno 10-15 kg di minerali, dei quali non meno di 7 kg di minerale grezzo da cui si estrae oro, argento, solfuri e altri minerali. Le materie prime, inoltre, devono essere trattate chimicamente con processi chimici molto impattanti dal punto di vista ambientale.

L’estrazione dei metalli è legata alla distruzione dell’ambiente e allo sfruttamento di manodopera spesso minorile e illegale. Così al costo energetico legato all’uso dei dispositivi, si devono sommare quelli delle materie prime necessarie per produrli, ai quali, si aggiungono i “costi” umani necessari all’estrazione e lavorazione delle materie prime e della produzione dei dispositivi.

metalli contenuti nello smartphone

Sobrietà digitale cos’è

L’ecosistema delle tecnologie dell’informazione e delle comunicazioni (ICT) che fa affidamento sulle informazioni stoccate nei data center, compresi i dispositivi personali, le reti di telefonia mobile e i televisori, rappresenta oltre il 2% delle emissioni globali, dato in crescita nei prossimi anni.

È intuibile quanto sia importante il contributo che ognuno di noi può dare per rendere sostenibile e meno distruttiva internet e renderne possibile i futuri sviluppi, compromessi da questa voracità di energia necessaria a mantenere il mondo, si fa per dire, virtuale.

Con il tempo si è formato un nuovo pensiero su quanto di materiale utilizziamo. Ci siamo abituati, anche se purtroppo ancora non tutti, a riciclare, non gettare rifiuti in strada a recuperare e riutilizzare avanzi di cucina a essere meno spreconi con acqua e fonti di energia.

Ora è giunto il momento di iniziare una nuova rivoluzione culturale legata al digitale. Dobbiamo diventare più attenti nell’uso dei beni virtuali, (cloud, messaggistica, email, software ecc.), e materiali, tutti i dispositivi elettronici che rendono possibile la connessione e lo scambio dati in internet e del loro corretto smaltimento e del recupero dei materiali preziosi in essi contenuti.

Il rifiuto digitale non è solo quella componente solida che teniamo in mano, ma è tutta la sfera virtuale che conserviamo sui cloud. I rifiuti digitali esistono e inquinano anche quando non siamo in rete ed è tutta quella roba inutile che teniamo e conserviamo sui server cloud e anche se inerte, consuma energia e inquina il pianeta.

Dobbiamo diventare digitalmente sobri. Ottimizziamo le immagini, non inviamo o condividiamo cose che non hanno valore, postiamo meno video o immagini sui social, facciamo ricerche mirate, passiamo meno tempo a giocare.

Cambiamo i nostri dispositivi solo quando necessario, e smaltiamoli in modo corretto. Online si possono adottare una serie di comportamenti virtuosi (tratti dalla guida dell’Agenzia francese per la transizione ecologica) come:

  • Ripulire le mailing list e rimuovere gli allegati da un messaggio a cui stai rispondendo.
  • Ottimizzare le dimensioni dei file che si inviano: file compressi, immagini e pdf a bassa definizione.
  • Considerare l’utilizzo di siti di archiviazione temporanea piuttosto che inviare come allegato, soprattutto quando ci sono più destinatari
  • Archiviare e utilizzare quanti più dati possibile in locale (sul proprio dispositivo)
  • Archiviare solo ciò che è necessario nel cloud
  • Ridurre le ricerche in internet e farle mirate.
  • Regalare o riciclare il vecchio modello di hardware che si vuole cambiare
  • Eseguire il download di app quando siamo connessi al Wi-Fi
  • Scaricare film e musica sul dispositivo
  • Disattivare l’aggiornamento automatico delle applicazioni
  • Preferire gli SMS alle chat
  • Disattivare i backup automatici in cloud limitandoli ai necessari e farlo con connessione Wi-Fi.
  • telefonare utilizzando la rete cellulare.
  • Ultimo consiglio, anche se sembra poco praticabile, liberarsi dello smartphone tutte le volte che possiamo farlo.

Ridurre i consumi di energia di un computer

Per ridurre i consumi del tuo computer puoi:

  • Limitare l’uso di dispositivi esterni: collegare le periferiche solo in caso di necessità.
  • Impostare il monitor per limitarne i consumi: ridurre la luminosità o spegnere il monitor quando non serve, riduce di molto il consumo energetico
  • Usare la modalità sospensione/ibernazione:  permette la totale assenza di alimentazione senza perdere alcun tipo di dato dalla sessione corrente di Windows.
  • Chiudere i programmi non utilizzati: troppi programmi che girano sul computer e troppe pagine aperte nel browser, consumano moltissima energia, oltre che a rallentare il PC.
  • Scegliere il giusto browser. Oltre a quanto già detto su Chrome in merito ai dati personali, anche in fatto di consumo energetico non è proprio un modello.
  • Mantenere aggiornato l’hardware: si sa che i modelli più recenti consumano meno dei più vecchi ma ricordiamo di smaltirli come si deve.
  • Spegni il router, il modem e tutto quello che non serve quando vai a dormire.

Se hai letto l’articolo fin qui, potresti chiederti: ma se internet inquina, quanta CO2 produce la lettura di questo articolo? Secondo i calcolatori online, la pagina web di un sito di medie dimensioni produce 1,76 gr di CO2 a ogni visita. Questo dato è molto variabile; la produzione di CO2 dipende da molti fattori che sommati danno il peso della pagina. A questo contribuiscono: dimensioni e risoluzione delle immagini, video e audio in auto play, font personalizzati. Più una pagina web, é complessa, o mal realizzata, più energia serve per caricarla, e il maggiore consumo di energia causa una maggior produzione di CO2. È evidente come il design delle pagine web sia rilevante non solo per la rapidità di caricamento ma anche per l’impatto ambientale.

Secondo il calcolatore di Website carbon.com la lettura di un articolo della community produce come media 0,16 gr di CO2. L’articolo che stai leggendo produce 0,22 gr di CO2 meno inquinante del 77% delle pagine testate con questo calcolatore.


Fonti

D’interesse

Aggiornato: 13 maggio 2023

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