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L’Italia negli anni Sessanta del Novecento. Racconto per dati e filmati

Durante gli anni Sessanta, la società italiana, prevalentemente rurale sino al 1950, divenne sempre più urbana: continuò la migrazione interna da sud a nord e si formò un’opinione pubblica molto più estesa rispetto al passato. Molto letti divennero i quotidiani di partito (soprattutto L’unità, organo del Partito Comunista) e i settimanali (L’Espresso), le persone si abituarono sempre più a passare le serate di fronte al televisore (grande successo ebbe il gioco a premi condotto da Mike Bongiorno Lascia o raddoppia?), dando così enorme risalto a fenomeni di costume legati al generale maggior benessere economico della Nazione: ci riferiamo in particolare al concorso di bellezza Miss Italia e al festival di Sanremo.

Negli anni ’50 la donna era ancora vista come l’angelo del focolare, come colei che badava alla famiglia, alla casa ed ai figli; numerose erano le famiglie monoreddito, con il solo marito a lavorare: le cose sarebbero cambiate in modo netto con la rivoluzione culturale del 1968. Negli anni ’60, i giovani iniziarono poi a guardare a modelli di comportamento provenienti dall’estero, importando musiche e una tendenza al divismo del tutto inediti per il nostro Paese; i Beatles, i Rolling Stones, Elvis Presley portarono con sé in Italia la musica rock, molto diversa rispetto alla musica melodica di consumo incarnata dalle canzoni di Nilla Pizzi o di Domenico Modugno (autore di Volare).

Dal punto di vista politico, tutta questa serie di cambiamenti portò la Democrazia Cristiana, che voleva difendere le tradizioni familiari del passato, ad una chiara crisi. Per continuare a governare il Paese essa dovette stringere alleanze anche con i partiti della sinistra parlamentare (soprattutto il Partito Socialista Italiano e il Partito Socialdemocratico). Questo portò il primo ministro dell’epoca, il democristiano Amintore Fanfani, a essere sostituito nel 1963 da Aldo Moro, giurista pugliese favorevole all’apertura a sinistra del partito cattolico di centro (e per questo molto criticato dagli Americani e dai conservatori del suo partito

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A livello di consumi, molto elevato divenne quello di petrolio, sia per l’industria sia per la mobilità. Enrico Mattei, presidente dell’Ente Nazionale Idrocarburi (ENI) venne ucciso nel 1962, facendo precipitare l’aereo privato su cui viaggiava, perché aveva rifiutato di trattare con le multinazionali anglo-americane del petrolio, rivolgendosi direttamente ai paesi che producevano l’oro nero.

La storia di Mattei, ammazzato con una piccola carica esplosiva collocata vicino alla cloche dell’aereo dalla Mafia siciliana a nome e per conto di quella americana, è stata ben raccontata dal film Il caso Mattei di Francesco Rosi (1972).

Altra storia di malaffare e malapolitica fu quella che portò alla schedatura dei politici italiani e alla preparazione di un colpo di stato contro il governo di centro-sinistra nel 1964.

La generazione dei diciottenni-ventenni andò incontro ad un periodo molto travagliato e ricco di scontri sociali nel 1968: dopo anni in cui i ragazzi erano stati costretti ad obbedire agli adulti, dalle Università di Berkeley e della Sorbona si alzò un’ondata di protesta che coinvolse soprattutto le donne e gli universitari, che contestavano la vita borghese dei genitori, i loro valori legati al passato, l’immobilismo sociale. Primo scontro tra giovani e polizia si ebbe nel marzo 1968 alla facoltà di Architettura di Roma, a Valle Giulia: uno scontro dopo il quale il poeta Pier Paolo Pasolini dichiarò di stare dalla parte dei poliziotti, i veri sfruttati. Anche il mondo della moda non stette a guardare i numerosi cambiamenti della società: l’introduzione della minigonna di Mary Quant spezzò l’ideale di donna-Madonna tradizionalmente consegnato alle giovani ragazze, liberandone i comportamenti pubblici, aumentandone l’autonomia e evidenziando una serie di pregiudizi radicati nelle generazioni precedenti (La ragazza con la pistola, film con Monica Vitti del 1968, racconta la storia di una ragazza siciliana sedotta e abbandonata che si farà giustizia del suo violentatore con le sue sole forze raggiungendolo a Londra).

Intanto, anche la società italiana, travagliata dalle innovazioni di pensiero e di modelli di comportamento, si avviava verso una forte polarizzazione tra ideologie politiche distanti: soprattutto tra quelle nostalgiche di estrema destra, che volevano il ritorno del Fascismo in Italia, e quelle dell’estrema sinistra che intendevano portare la Rivoluzione proletaria in modo violento anche nel nostro Paese (Brigate Rosse di Renato Curcio).

La violenza che veniva percepita nelle strade la si incontra anche nei film dell’epoca: la mostra per primo Banditi a Milano di Carlo Lizzani (1968), film nel quale si assiste per la prima volta ad una sparatoria in pieno giorno tra banditi e forze di polizia a Milano, dopo una rapina compiuta in nome del proletariato operaio. Lo scontro a fuoco, realmente avvenuto nel settembre 1967, costò la vita a quattro persone (tra cui un ragazzo di diciassette anni) e ne ferì ventidue. Il capo della banda, il bandito Cavallero, era un simpatizzante del PCI originario di Torino. Il percorso sotterraneo che scatenò due decenni di violenza in strada delle frange più dure della sinistra e della destra extraparlamentari fu la strage di Milano del 12 dicembre 1969: in quell’occasione una bomba esplose all’interno della Banca dell’Agricoltura, in piazza Fontana. Con quest’attentato, organizzato da membri dell’estrema destra fascista veneta coperti dai servizi segreti italiani, iniziavano gli anni del terrorismo fascista e comunista, chiamati “anni di piombo”.

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