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Il socialismo tra primo e secondo Ottocento

Nel corso del primo Ottocento, soprattutto nelle due nazioni più industrializzate d’Europa, l’Inghilterra e la Francia, nacquero delle istituzioni che si ponevano l’obiettivo di proteggere la classe operaia dalle angherie e dalle prepotenze del padronato delle fabbriche.

Dopo l’esplosione del Luddismo, un movimento guidato nel primo Ottocento da John Ludd che voleva distruggere le macchine, ritenute responsabili della perdita del lavoro di molte persone, nel 1833 in Inghilterra fu autorizzata la nascita dei primi movimenti sindacali: il sindacato era un’organizzazione che voleva migliorare le condizioni di vita degli operai ma soprattutto ottenere loro condizioni di lavoro e stipendio migliori; essi ottennero anche il diritto di sciopero e quello di associazione dei proletari (ovvero di coloro che non avevano altra ricchezza rispetto ai figli e che quindi vivevano del solo salario pagato loro dai proprietari delle fabbriche, nelle quali lavoravano 12 ore al giorno).

Il Socialismo nacque come reazione al pensiero legato al capitalismo, ovvero all’idea filosofica che aveva l’obiettivo di rendere i profitti degli imprenditori i più alti possibile, anche a danno dei lavoratori. Questi ultimi, oltre ad avere scarse tutele sul posto di lavoro ed essere costretti a vivere in quartieri malfamati e sporchi, con vista sulle fabbriche, erano privi di diritti civili e politici, non potendo votare. Il socialismo delle origini voleva da un lato migliorare le condizioni di vita e salute dei proletari e dall’altro permettere loro di esprimere una preferenza politica per poterli inserire a pieno titolo nel processo di governo delle nazioni.

Tre tipi di socialismo

Attorno alla metà dell’Ottocento, il socialismo era diviso in tre grandi correnti di pensiero:

  1. Socialismo utopistico
  2. Socialismo scientifico
  3. Socialismo anarchico

Socialismo utopistico

A livello etimologico, utopia è un luogo che non esiste. La prima corrente socialista si fonda sui sogni di miglioramento delle condizioni lavorative degli operai espresse da un gruppo di imprenditori illuminati, soprattutto in Francia: Charles Fourier voleva una società in cui grandi comunità di lavoratori e imprenditori vivessero insieme e condividessero il necessario per vivere, magari alternandosi nelle mansioni di ciascuno, rispettando le inclinazioni e le preferenze lavorative dei singoli; le grandi comunità erano definite Falansteri.

L’inglese Robert Owen voleva invece una società basata sulla proprietà cooperativa delle fabbriche, condivisa tra proprietari e lavoratori.

Joseph Proudhon sosteneva invece che la proprietà privata fosse “un furto”; rifiutava sia la proprietà dei singoli industriali sia quella dello stato. Era convinto che solo l’associazione tra lavoratori avrebbe permesso loro di gestire senza sfruttamento le fabbriche.

Socialismo scientifico

Karl Marx e Friedrich Engels, due filosofi tedeschi, elaborarono nel 1848 il Manifesto del partito comunista, un volume in cui teorizzavano la necessità dello scontro fisico tra chi è proprietario dei mezzi di produzione e chi è da loro sfruttato. Nella storia, analizzata in modo scientifico dal punto di vista dell’economia, era già successo, nel Medioevo, che la classe sociale dominante, l’Aristocrazia, fosse stata sconfitta da una classe di sfruttati, i Borghesi.

Ora, nell’Ottocento, erano i Borghesi a soffocare i proletari. La proprietà privata dà agli imprenditori il potere di pagare poco gli operai e di sfruttare il loro lavoro, dato che il loro compenso è molto più basso di quanto entra nelle tasche dei borghesi grazie al lavoro proletario. Per questo la borghesia è ricca e il proletariato è povero. Marx, che avrebbe analizzato il funzionamento della macchina capitalista nell’enorme volume Il capitale, teorizzava il plusvalore, il valore prodotto dal lavoro operaio che finiva nelle tasche dell’imprenditore. Per scardinare il sistema era necessaria una rivoluzione violenta, che si sarebbe ottenuta con la rivolta del proletariato. Una volta distrutta la borghesia, i proletari avrebbero dovuto fare nascere una società senza classi sociali, senza differenze tra ricchi e poveri. Lo Stato sarebbe stato utile sino a quando non fossero state eliminate le divisioni tra i ceti sociali. Poi sarebbe stato eliminato anche esso.

Socialismo anarchico

Socialismo senza governo teorizzato da Michail Bakunin, che visse per molti anni in Italia. Egli pensava, come Marx, che solo una rivoluzione violenta avrebbe potuto abbattere il potere della borghesia, ma con il fine di dare la piena libertà a ciascun oppresso, non solo ai proletari. Basta con lo Stato, con la Chiesa e con tutte le istituzioni che opprimono la libertà dell’uomo. I più bersagliati dallo Stato non erano i proletari (grande differenza rispetto a Marx) ma i braccianti, i disoccupati e i vagabondi, che non avevano stipendio fisso ed erano preda di qualsiasi tipo di sfruttamento. Per dare loro piena libertà occorreva abbattere ogni forma di governo e di controllo.

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